P
ADRE Lombardi, portavoce
della Santa Sede, ha spiega-to più volte in questi giorni
che tecnici specializzati sono sta-ti all’opera nella Cappella Sistina
per far sì che nessuno possa cap-tare ciò che viene detto dai cardi-nali durante il Conclave. Mai co-me prima, la Santa Sede ha preso
provvedimenti così sofisticati, sul
piano tecnologico, per assicurare
l’assoluta riservatezza delle con-versazioni — nei tempi passati si
preferiva usare la parola negozia-ti — dei cardinali alfine di elegge-re il papa. Evitando persino che i
cardinali siano tecnologicamen-te spiati. E questa è un’altra novità
di questo storico mese. Ma è an-che il punto di arrivo di una storia
secolare del rapporto tra Concla-ve e segretezza che non è stata af-fatto lineare.
Va subito detto che prima che
fosse istituito il Conclave (1274),
nessun papa o nessun concilio ha
mai imposto il segreto agli eletto-ri. Nessuna fonte ne parla. Nem-meno i testi ufficiali. Il segreto
non fu percepito come un obbli-go nel primo millennio della sto-ria del papato. Anzi, soprattutto
dal XII secolo in poi, le cronache
raccontano sovente come sono
andate le cose, il che ci permette
oggi di sapere, in molti casi, come
i cardinali hanno votato. E quanti
scrutini ci sono voluti per elegge-re questo o quel papa. Il Conclave
non fu creato per assicurare la se-gretezza del voto. Gregorio X,
eletto dopo una Sede vacante du-rata quasi tre anni (1268-1271),
impose ai cardinali di rinchiuder-si in “Conclave” per evitare che si
ripetesse una situazione così
drammatica. Decretando però
che la sala in cui doveva avvenire
l’elezione «fosse ben chiusa da
ogni parte, in modo che nessuno
possa entrare o uscire da essa»,
creava di fatto le condizioni di una
possibile segretezza.
Da quando l’elezione avviene
nella Cappella Sistina (ideata e
fatta costruire da papa Sisto IV,
1471-1484), la segretezza si affer-ma sempre più come un obbligo.
Proprio alcuni anni dopo, il ceri-moniale di Agostino Patrizi Pic-colomini (1484) dichiara, forse
per la prima volta, che i custodi
non devono «permettere a nessu-no di avvicinarsi alla porta del
conclave né di consegnare lettere
o altri scritti senza il consenso del
collegio dei cardinali». Soltanto
nel 1562, però, un documento pa-pale decretò solennemente l’ob-bligo del segreto. »Chiuso il Con-clave — dice la bolla di Pio IV —
non si ammetta alcuno a conver-sare, anche restando fuori della
porta, nemmeno gli ambasciato-ri, se non per grave ed urgente ra-gione, e con l’assenso della mag-gioranza del Sacro Collegio». Pio
IV fotografava situazioni reali.
Ambasciatori entravano ed usci-vano dal Conclave con una certa
facilità. E continuarono a farlo per
molto tempo. Nel 1667 l’amba-sciatore francese comunicò per-sonalmente al collegio che Luigi
XIV aveva invaso le Fiandre. Le
porte non si aprivano soltanto per
ricevere informazioni di grande
attualità. Gli stessi conclavisti riu-scirono a diffondere notizie mol-to ghiotte ad ambasciatori — allo-ra non c’erano i giornalisti! — o a
persone influenti della corte pa-pale. Magari usando le ruote del
conclave che dovevano soltanto
servire a far entrare i pranzi dei
cardinali. Sempre nel 1667 vi fu
persino rissa tra le guardie del go-vernatore del conclave, Federigo
Borromeo, e i soldati del principe
Giulio Savelli. Fu persino infranta
la muratura del Conclave. Ma ac-cadde persino che persone estra-nee — come il nipote di un cardi-nale — riuscissero a rimanere nel
palazzo per essere messi al cor-rente di quanto avveniva.
Pio IV minacciò di scomunica-re chiunque «di nascosto, e per
luogo diverso dell’uscio si fosse
inserito nel Conclave». Ma nem-meno la minaccia della scomuni-ca (peraltro mai, sembra, esegui-ta) servì ad assicurare l’assoluta
segretezza. Ancora all’inizio del-l’Ottocento, Chateaubriand, am-basciatore francese a Roma, cri-ticò la facilità con cui circolavano
notizie provenienti dal Conclave
(1823). Lui stesso doveva essere in
possesso di informazioni riserva-te, perché, stando a quanto ci rac-conta, alcune spie si introdussero
nell’ambasciata francese per sot-trargli informazioni.
In fondo, soltanto dal Nove-cento in poi, se mai furono vera-mente ermetiche, le porte della
Sistina si sono sempre più chiuse
verso l’esterno in modo efficace.
E oggi lo sono grazie ai più mo-derni strumenti di antispionag-gio. Ma dopo che il papa è stato
eletto, le informazioni sulla sua
elezione si diffondono, fin dal
Medioevo, secondo canali sol-tanto apparentemente segreti.
Sarà così anche questa volta? Pro-babilmente sì. E lo sapremo pre-sto
ADRE Lombardi, portavoce
della Santa Sede, ha spiega-to più volte in questi giorni
che tecnici specializzati sono sta-ti all’opera nella Cappella Sistina
per far sì che nessuno possa cap-tare ciò che viene detto dai cardi-nali durante il Conclave. Mai co-me prima, la Santa Sede ha preso
provvedimenti così sofisticati, sul
piano tecnologico, per assicurare
l’assoluta riservatezza delle con-versazioni — nei tempi passati si
preferiva usare la parola negozia-ti — dei cardinali alfine di elegge-re il papa. Evitando persino che i
cardinali siano tecnologicamen-te spiati. E questa è un’altra novità
di questo storico mese. Ma è an-che il punto di arrivo di una storia
secolare del rapporto tra Concla-ve e segretezza che non è stata af-fatto lineare.
Va subito detto che prima che
fosse istituito il Conclave (1274),
nessun papa o nessun concilio ha
mai imposto il segreto agli eletto-ri. Nessuna fonte ne parla. Nem-meno i testi ufficiali. Il segreto
non fu percepito come un obbli-go nel primo millennio della sto-ria del papato. Anzi, soprattutto
dal XII secolo in poi, le cronache
raccontano sovente come sono
andate le cose, il che ci permette
oggi di sapere, in molti casi, come
i cardinali hanno votato. E quanti
scrutini ci sono voluti per elegge-re questo o quel papa. Il Conclave
non fu creato per assicurare la se-gretezza del voto. Gregorio X,
eletto dopo una Sede vacante du-rata quasi tre anni (1268-1271),
impose ai cardinali di rinchiuder-si in “Conclave” per evitare che si
ripetesse una situazione così
drammatica. Decretando però
che la sala in cui doveva avvenire
l’elezione «fosse ben chiusa da
ogni parte, in modo che nessuno
possa entrare o uscire da essa»,
creava di fatto le condizioni di una
possibile segretezza.
Da quando l’elezione avviene
nella Cappella Sistina (ideata e
fatta costruire da papa Sisto IV,
1471-1484), la segretezza si affer-ma sempre più come un obbligo.
Proprio alcuni anni dopo, il ceri-moniale di Agostino Patrizi Pic-colomini (1484) dichiara, forse
per la prima volta, che i custodi
non devono «permettere a nessu-no di avvicinarsi alla porta del
conclave né di consegnare lettere
o altri scritti senza il consenso del
collegio dei cardinali». Soltanto
nel 1562, però, un documento pa-pale decretò solennemente l’ob-bligo del segreto. »Chiuso il Con-clave — dice la bolla di Pio IV —
non si ammetta alcuno a conver-sare, anche restando fuori della
porta, nemmeno gli ambasciato-ri, se non per grave ed urgente ra-gione, e con l’assenso della mag-gioranza del Sacro Collegio». Pio
IV fotografava situazioni reali.
Ambasciatori entravano ed usci-vano dal Conclave con una certa
facilità. E continuarono a farlo per
molto tempo. Nel 1667 l’amba-sciatore francese comunicò per-sonalmente al collegio che Luigi
XIV aveva invaso le Fiandre. Le
porte non si aprivano soltanto per
ricevere informazioni di grande
attualità. Gli stessi conclavisti riu-scirono a diffondere notizie mol-to ghiotte ad ambasciatori — allo-ra non c’erano i giornalisti! — o a
persone influenti della corte pa-pale. Magari usando le ruote del
conclave che dovevano soltanto
servire a far entrare i pranzi dei
cardinali. Sempre nel 1667 vi fu
persino rissa tra le guardie del go-vernatore del conclave, Federigo
Borromeo, e i soldati del principe
Giulio Savelli. Fu persino infranta
la muratura del Conclave. Ma ac-cadde persino che persone estra-nee — come il nipote di un cardi-nale — riuscissero a rimanere nel
palazzo per essere messi al cor-rente di quanto avveniva.
Pio IV minacciò di scomunica-re chiunque «di nascosto, e per
luogo diverso dell’uscio si fosse
inserito nel Conclave». Ma nem-meno la minaccia della scomuni-ca (peraltro mai, sembra, esegui-ta) servì ad assicurare l’assoluta
segretezza. Ancora all’inizio del-l’Ottocento, Chateaubriand, am-basciatore francese a Roma, cri-ticò la facilità con cui circolavano
notizie provenienti dal Conclave
(1823). Lui stesso doveva essere in
possesso di informazioni riserva-te, perché, stando a quanto ci rac-conta, alcune spie si introdussero
nell’ambasciata francese per sot-trargli informazioni.
In fondo, soltanto dal Nove-cento in poi, se mai furono vera-mente ermetiche, le porte della
Sistina si sono sempre più chiuse
verso l’esterno in modo efficace.
E oggi lo sono grazie ai più mo-derni strumenti di antispionag-gio. Ma dopo che il papa è stato
eletto, le informazioni sulla sua
elezione si diffondono, fin dal
Medioevo, secondo canali sol-tanto apparentemente segreti.
Sarà così anche questa volta? Pro-babilmente sì. E lo sapremo pre-sto